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Giovedì, 28 Maggio 2020 09:31

Il reato di procurato allarme e Covid-19: la diffusione di notizie sui contagi.

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Covid19 procurato allarme immagine da opensource.com

La circolazione di notizie inerenti alla diffusione del coronavirus presenta profili penalistici relativamente al reato di procurato allarme. Si tratta di una problematica connessa al discusso tracciamento dei sintomi del coronavirus tra i cittadini finalizzato alla ricostruzione di eventuali catene di contagio.

La tutela dei dati personali nel contesto della circolazione di informazioni sullo stato di salute dei cittadini ed eventuali positività al coronavirus è stato affrontato in maniera più specifica dall'avvocato Caterina Martino nell'articolo Covid-19, privacy e tutela dei dati personali. La medesima questione presenta però anche profili penalistici relativamente al reato di procurato allarme, in particolare ove le notizie sui contagi si rivelino false.

Dall'inizio dell'emergenza Covid-19 non sono stati rari i casi in cui, mediante un uso quantomeno inappropriato dei social network, si sono diffuse notizie, vere o false, inerenti a contagi da coronavirus, contatti con soggetti contagiati dal virus Covid-19 e sintomi veri o presunti del coronavirus.

Tali comportamenti possono integrare il reato di procurato allarme, previsto e disciplinato dall’articolo 658 del Codice Penale, che punisce “chiunque, annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l’Autorità, o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio”.

Notizie sui contagi e procurato allarme

L’eventuale divulgazione su social network di fake news o di segnalazioni false sulla diffusione del coronavirus, tali da comunicare dati allarmanti circa la diffusione del contagio configurano il reato di procurato allarme cosi come disciplinato dall’art. 658 del Codice Penale.

Questa fattispecie incriminatrice, di natura contravvenzionale, è punibile sia a titolo di colpa o dolo, con la pena detentiva dell’arresto fino a sei mesi o, alternativamente, con la pena pecuniaria dell’ammenda da € 10 ad € 516.

Il bene giuridico tutelato dalla suddetta normativa riguarda il corretto funzionamento ed impiego della forza pubblica da parte dell’Autorità che, a causa di false segnalazioni su mezzi di comunicazione di massa, come ad esempio i social network, potrebbe essere esercitata in modo improprio a causa del falso allarme procurato.

Configurazione del reato di procurato allarme

Ai fini della configurazione del reato è prevista che la condotta di comunicazione del disastro, infortunio o pericolo inesistente presso l’Autorità o altri enti incaricati di pubblico servizio e l’idoneità dell’annuncio sia tale da suscitare l’allarme sociale relativo alla verificazione di un fatto di reato o pericolo di danno per l’incolumità pubblica.

La giurisprudenza sia di legittimità che di merito ha stabilito che, ai fini della configurazione del reato di procurato allarme non è necessario che venga disposto l’impiego, fuorviato, della forza pubblica ma, di fatto, la condotta criminosa si verifica nel momento in cui viene provocato un allarme ingiustificato presso la collettività1.

Pertanto, costituisce reato la condotta che rappresenta falsamente, in maniera artificiosamente costruita, una situazione di allarme inesistente o, comunque, non realmente pericolosa per la società2.

Inoltre, trattandosi di una contravvenzione, la giurisprudenza ha stabilito l’eventuale errore colposo sull’effettiva esistenza del pericolo annunciato non esclude la punibilità poiché, come sopra riferito, la condotta che integra il reato di procurato allarme è punibile sia a titolo di dolo che a titolo di colpa3.

Il reato di procurato allarme in giurisprudenza

In proposito, alla luce di quanto previsto da varie pronunce giurisprudenziali, il reato di procurato allarme può configurarsi nel caso in cui:

  • un giornalista decida di pubblicare una falsa notizia di un possibile attentato senza che prima abbia verificato l’oggettività e l’attendibilità della fonte dell’informazione ricevuta4;
  • un soggetto che, decidendo di allontanarsi dalla propria residenza e rendendosi irreperibile, lasci inequivocabili indizi di volontà suicida5;
  • un soggetto che mediante chiamata telefonica al numero di pronto intervento rappresenti la presenza di sconosciuti all’interno della propria abitazione quando, in realtà, si tratti di suoi stretti congiunti in discussione per questione ereditarie6;
  • un soggetto che comunichi falsamente all’Autorità che una motonave, adibita al trasporto di bombole di gas, sarebbe stata oggetto di un attentato7.

Diffusione del coronavirus e procurato allarme

Ciò detto sulla casistica giurisprudenziale sopra riportata, bisogna segnalare che, in questi ultimi mesi caratterizzati dalla emergenza Covid-19, sono state numerose le denunce per il reato di procurato allarme a carico di soggetti che, mediante l’utilizzo del sistema di messaggistica WhatsApp o social network, hanno diffuso notizie false ed infondate circa situazioni di pericolo relative al contagio da coronavirus, determinando un ingiustificato allarme sociale nella comunità e, di conseguenza, presso l’Autorità.

Secondo una recente pronuncia giurisprudenziale, condotte similari configurano il reato anche se l’annuncio del pericolo non sia effettuato direttamente all’Autorità ma, in modo mediato, a qualsiasi privato cittadino ossia con comunicazioni dirette, anche astrattamente e potenzialmente, al singolo individuo ed alla collettività8.

A titolo esemplificativo, dalle notizie di cronaca, si è appreso che, nell’ultimo periodo, è stata denunciata, per il reato di procurato allarme, la condotta del sanitario che, a mezzo sistema di messaggistica WhatsApp, ha diffuso notizie allarmanti e non veritiere circa l’incompetenza della struttura ospedaliera di appartenenza nella gestione della emergenza sanitaria dovuta al Coronavirus, generando caos sociale e sfiducia nelle Istituzioni.

Altresì, è stato denunciato per procurato allarme il privato che, mediante l’utilizzo di social network, ha diffuso e condiviso, ad un pubblico potenzialmente ampio, la falsa notizia della presenza di contagiati da COVID-19 presso il proprio Comune di residenza o della violazione della quarantena da parte di soggetti positivi al coronavirus.

La divulgazione di queste informazioni false sulla diffusione del coronavirus non solo ha determinato un generale ed ingiustificato allarme sociale, ma anche l’inutile attivazione delle forze dell’ordine e lo spreco di risorse pubbliche al fine di fronteggiare la situazione di instabilità creata dalla falsa rappresentazione della realtà condivisa sui social network.

Pertanto, come già riferito in precedenza, ai fini della sussistenza del reato di procurato allarme, non si distingue fra le situazioni in cui l’allarme sia stato procurato dolosamente, e quindi con la consapevolezza dell’inesistenza effettiva del pericolo falsamente rappresentato, oppure colposamente, quindi con irresponsabilità e negligenza nella verifica della attendibilità della notizia diffusa.

Conclusioni

In conclusione, si ritiene che l’attuale emergenza economico-sanitaria Covid-19 imponga agli organi di informazione di fornire notizie circa la reale evoluzione del fenomeno Covid-19 così come la effettiva diffusione del coronavirus, verificandone l’attendibilità, ed ai privati cittadini di non divulgare notizie provenienti da fonti non verificate che possano arrecare allarme nella collettività.


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di Caterina Martino


1. Trib. Napoli, sez. I, 09 maggio 2007, n.4006; Cass. pen., sez. I, 26 maggio 1987

2. Cass. pen., sez. I, 09 febbraio 2018, n. 26897

3. Cass. pen., sez. I, 27 novembre 2012, n. 99

4. Cass. pen., sez. I, 20 aprile 2012 n. 19367; Trib. Milano, sez. uff. indagini prel., 16 maggio 2011

5. Cass. pen., sez. I, 09 febbraio 2018, n. 26897.

6. Cass. pen., sez. I, 20 luglio 2016, n. 21781

7. Cass. pen., sez. I, 27 ottobre 2006, n.39380

8. Cass. pen., sez. I, 09 febbraio 2018, n. 26897

Roberto Tedesco


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